Il Campanile della Pace
Un discorso a parte merita il campanile. Fu iniziato, nella fondazione, dai chierici e da P. Giustino, che vi passarono tutto il mese di luglio 1960, ad impastare e a rovesciarvi dentro decine di metri cubi di calcestruzzo e di pietre, sotto un solleone feroce, a stento mitigato da generosi bicchieri di birra. Venne ripreso e ultimato solo sul finire degli anni '60, sotto la direzione del progettista, Ing. Cibotti. Intanto E Giustino, nell'estate del 1966 fece un viaggio in America, per raccogliere fondi, tra parenti e amici. Nel 1973, per lo stesso scopo, andrà in Canada.

Non mancò qualche amara sorpresa, come quando, nottetempo, gli rubarono 3 campane, tenute sotto l'atrio della chiesa, in attesa di essere collocate nella cella campanaria. Il 4 ottobre 1970, festa di S. Francesco d'Assisi, veniva solennemente inaugurato e benedetto dal Santo Padre, Paolo VI che, dalla Città del Vaticano, faceva giungere la sua voce paterna, via Radio, e accendeva, con un impulso elettronico, la lampada posta in cima alla grande Croce, che lo sovrasta.

Fu un momento di commozione generale; ma anche di gioia intima per E Giustino, che, inconsciamente, vedeva proiettato su quella mole agile e svettante, il suo spirito esuberante e generoso, la sua tensione verso la conquista di una nuova realtà morale, il suo anelito di infinito, la sua concezione eroica dell'esistenza, intesa come liberazione da ogni catena e costruzione, come vittoria dello spirito umano sulla materia, sul male,sul peccato e sul muro dell'odio, che si spezza in Cristo. 4 Quindi, segno della pace interiore. Ma anche della pace fra i popoli che, se come realtà socio-politica nasce dalla giustizia e dall'amore per il prossimo, come profezia concreta ed operativa di un piano salvifico, discende dal Padre, per mezzo del Cristo, che tutto ha riappacificato "nel corpo della propria carne con la sua morte" 5 , ed ha costituito gli uomini figli dello stesso Padre, suoi fratelli, fratelli tra di loro.

Da un punto di vista puramente architettonico, la sua superba mole alta 84 metri con la Croce, risulta sproporzionata, rispetto alla facciata della chiesa. E, comunque, dinamica e svettante verso l'azzurro del cielo, sul quale fa un piacevole contrasto il bianco della sua pietra, vibrante di vitalità e resa increspata e tremula da sobrie macchie di mattoni rossicci. Somiglia ad un impotente obelisco, che pare annunziare, con eccessiva potenza, l'esigenza, da parte della Chiesa, della considerazione e di una riconquistata attualità, tra gli informi caseggiati, che lo circondano. Ma, conoscendo l'animo missionario di P. Giustino, lo si può cogliere anche come un invito per l'uomo secolarizzato a guardare ancora con speranza il Cielo e a non distogliere ulteriormente i suoi occhi dalla Trascendenza, per rivolgerli solo al suo subcosciente, alla zolla di terra, che ad ogni stagione rivolta di qua e di là, angosciato e triste.
E vero che, sulla scena desolante di un mondo, che ha per protagonisti la fame, la miseria e la disoccupazione, la chiesa di pietre, più che un enigmatico vitello d'oro, deve essere simbolo epifanico della bellezza divina, che, sul volto del Cristo, porta i segni delle cose semplici ed umili, con cui non può trovarsi in contrasto.

E vero anche che il "quod superest" va investito nella promozione dell'ambiente circostante, cui l'edificio sacro è destinato; oggi è fuori luogo voler primeggiare, per mole di volumi e di spazi, col babilonico ed asfissiante tessuto urbano, lanciato verso il mito del colossale, a costo di scandalose sperequazioni economiche, giustificate solo dalla logica della speculazione, del profitto e di una immorale competitività, che soffoca il più debole e lo ricaccia fuori delle cinture urbane, negli squallidi ambienti della miseria e delle baracche. Però, è anche vero che occorre recuperare al quartiere una struttura sacrale, che va scomparendo. Nel progetto di P. Giustino, il Campanile della Pace, vuol essere un 'segno; che raccolga un popolo vivo, intorno a un Dio vivo. Con l'Impressionismo, l'arte distoglie lo sguardo dal cielo, per appuntarlo ai meandri del subcosciente. I movimenti e le tendenze culturali moderne accentuano il loro carattere secolare. E quindi importante che i simboli del sacro diventino strumenti partecipi del dinamismo della Chiesa ed elementi capaci di rendere sensibile e visibile il 'segno'. Un campanile, come ricerca dinamica della pace, come volontà di attingerla, con sforzo prometeico, risalendo alla sorgenti stesse della vita; ma anche come segno vivo di un dialogo con Dio, che convoca in assemblea liturgica. Una scalata al sacro monte dell'Oreb, non per strappare il fuoco al cielo, ma per entrare nel roveto ardente ed ascoltare la voce del Dio di Abramo, d'Isacco e di Giacobbe, cui giungono ancora i lamenti di un popolo tenuto in catene dai moderni faraoni, che sponsorizzano la follia terroristica internazionale, mostrano gli artigli e digrignano i denti, pronti a sbranarsi, in un'assurda e irrazionale guerra totale. "Campanile della Pace" che si fa trepida ed accorata preghiera scolpita nella pietra, visualizzazione dell'annunzio, centro dell'evangelizzazione, traduzione in rilievo della comunità dei credenti e segno efficace, che invita vicini e lontani a levare ancora lo sguardo al cielo e ad entrare nella casa del Signore. Il sapiente gioco delle sue forme, le vibrazioni dinamiche, i contrasti tra luci ed ombre, la gradazione di intensità e di colore e lo slancio poderoso, amalgamano idealità e architettura, perché comunità e costruzione diventino pietre di un unico edificio, di cui Cristo è testata d'angolo. Cristo nostra Pace.