Forzature architettoniche ed eleganti irrealtà cromatiche

L'intento di P Giustino, nell'ampliare la chiesa di S. Antonio, è poter disporre di un edificio sacro capiente, capace di stimolo elastico e duttile alla preghiera. Abbandonata l'idea di una costruzione ex novo, per mancanza di fondi, non c'era altra alternativa, che un allargamento degli spazi esistenti con lavori in economia, che ne avrebbe dovuto conservare lo stile, in un gioco sapiente e corretto delle forme e dei volumi. La soluzione di un impianto a croce latina, rispondeva meglio ai canoni dell'arte sacra, che deve tendere a saldare i frammenti di una umanità divisa, attraverso la partecipazione e la comunione attiva. La liturgia che si svolgerà intorno all'altare, punto focale, cui converge tutto l'edificio, con il suo universo simbolico di una società incompiuta e perfettibile, implicherà una invenzione collettiva dinamica e dovrà favorire la partecipazione attiva dei fedeli, perché, nella celebrazione dei divini misteri, possano approdare ad una società ulteriore e totale; ad una forma piena dell'esistenza. Arte e liturgia, nel nuovo progetto di chiesa, dovranno costituire, nella loro capacità di trasposizione e di trasfigurazione del reale, un'anticipazione della salvezza, un moto ascensionale verso l'Invisibile, con la cui infinita bellezza dovranno trovarsi in sintonia. P. Giustino raggiunge questo traguardo, senza indulgere ad esagerazioni, a sontuosità e a decorazioni, che anticipino sulla terra le meraviglie del Cielo. Alla fine ne risulta un'architettura forzata, si, per certe soluzioni obbligate, ma splendente per dignità, decoro e bellezza."

        

Gli spazi appaiono troppo allungati e i volumi squilibrati. Le pareti affrescate e inondate di sacre icone, potrebbero suggerire l'idea di una pinacoteca. Ma quel gusto sobrio per l'elegante irrealtà cromatica, i cicli pittorici, il mosaico nell'abside, le vetrate istoriate a fuoco, il caldo giallo di Siena delle colonne, sovrastate da stucchi rutilanti d'oro, esercitano, sull'animo popolare, un indiscusso fascino, potentemente espressivo e sublimatore. Tutto concorre a creare un clima di festa dello spirito e di positiva suggestione, che facilita l'elevazione dei cuori e racconta, in forma semplice, le gesta salvifiche del Signore. E poi, quella ricerca per l'indefinito iterarsi di simboli e di immagini, che traducono in policromia scene poetiche o drammatiche del Vangelo, dispone i fedeli alla riflessione e alla contemplazione, e costituisce per la pietà popolare, cui sono destinate, un mirabile microcosmo di narrazioni, che, raccontando, evangelizzano. Per gli affreschi, P. Giustino si avvale del pennello del Prof. Rivetta, un artista, che fa onestamente il suo mestiere, con l'unica pretesa di raccontare. Lo stile risulta un tantino freddo e compassato, sicuramente lontano da certi canoni dell'arte moderna. Resta deluso chi voglia cercare, nei suoi affreschi, l'insieme inedito di forme conosciute o la tormentata velleità di rivolta morale o la poetica di un dinamismo plastico, suggerito dall'indentificarsi dell'artista con la vita dei suoi personaggi. Rivetta non sa obliterare l'uso della ragione, non sgancia la sua arte dalle realtà logicamente controllabili, per farle raggiungere i domini sotterranei dell'irrazionale e dell'inconscio; né si prefigge la ricerca della purezza e della libertà assoluta. Non sente i significati come peso e impaccio, da cui liberarsi; non riduce l'arte a puri mezzi artistici: il segno e il colore. Egli si prefigge l'obiettivo di raccontare e di illustrare, con dignità ed intelligibilità, valori, di cui una società materialistica tenta ogni giorno di espropriarci. E in questo sta il suo limite e il suo pregio. Museo delle vanità o monumentale testimonianza di fede? La chiesa di S. Antonio non è né l'una, né l'altra cosa.

E un simbolo luminoso della presenza di Dio nella storia; è la Sua tenda, per stare in mezzo al Suo popolo e per trasferire la sua gloria nel corpo risuscitato del Cristo e, attraverso Lui, all'assemblea dei credenti. Una tenda non necessariamente povera, come non sono povere le abitazioni circostanti; un microcosmo, che rispecchia coloro che lo affollano, per compiervi una liturgia, che consenta la più ampia interazione significativa tra le membra, innanzi tutto, e tra queste e il loro Capo, il Cristo. Una proiezione spaziale delle azioni, che vi si compiono. L'altare appare una costruzione monumentale e un tantino trionfalistica, ma polarizzatrice dello spazio architettonico circostante. Nella sua linea sobria e nello sfruttamento razionale, seppure forzato, dello spazio circostante, preannunzia già la riforma della Sacrosanctum Concilium, che promuoverà una evoluzione ed una convergenza delle varie funzioni della liturgia: Parola, presidenza, concelebrazione e partecipazione attiva. L'immagine del nuovo tempio è la liturgia: un'azione del popolo, concentrica al Cristo.