Fra costruzione e ricostruzione

 

P. Giustino, durante il suo provincialato, si muove nell'ambito del binomio costruzione-ricostruzione. Costruire la nuova Provincia Minoritica abruzzese, con i mattoni della carità fraterna e della comprensione, tenuti fermi dalla malta cementizia della fedeltà alla Regola e al Vangelo. Ricostruire, in spirito di povertà, chiese e conventi distrutti dalla guerra. Non solo, quindi, problemi di impostazione generale e di metodologia; ma fusione spirituale, oltre che giuridica, delle due ex Provincie francescane; promozione di una vita comunitaria in comunione, nello spirito di S. Francesco. L'obiettivo sarà raggiunto, e non del tutto, se non dopo decenni, sotto nascosti ed improvvisi colpi di coda, retaggio di una mentalità, che si lega, forse, all'immagine degli antichi Abruzzi 'Citra' e 'Ultra'. Non minore del primo fu l'assillo per la ricostruzione di conventi, di chiese e di tutto il patrimonio storico e artistico, che chiedeva di essere restituito all'antica bellezza e funzionalità.

Come alla maggior parte degli italiani, anche ai religiosi, gli anni della guerra avevano procurato sofferenze fisiche e morali. I settori più colpiti apparivano quelli dell'edilizia: conventi distrutti dai bombardamenti, altri devastati dalle razzie dell'esercito tedesco in ritirata. Tra i più martoriati, c'erano quelli del triangolo Ortona-Qrsogna-Lanciano, che si erano venuti a trovare nel cuore della linea 'Gustav', dove si combattè metro per metro, corpo a corpo. Purtroppo, la situazione generale dell'economia del Paese appariva disastrosa e le risorse finanziarie dello Stato erano in condizioni tali, da escludere interventi risolutivi. Ci furono solo aiuti, per danni di guerra. Occorreva dare spazio all'iniziativa privata, che esigeva forte senso di risparmio e di sacrificio. Anche i frati strinsero il cordone e si rimboccarono le maniche.

Nascono, anzi si improvvisano, purtroppo, frati fabbricieri, che cercano di rimarginare le ferite, come possono. Qualche volta, per i] gusto del moderno, deturpando e distruggendo l'armoniosa ed elegante architettura francescana, nata con chiari intenti ascetici e mistici. In molti viene meno la coscienza storica di un passato, che, per motivi evangelici, non pretese di accrescere il pregio intrinseco delle materie preziose, bensì di rendere pregiate le vili, liberandone il principio spirituale, in esse contenuto, capace di riportare l'intera vita alla semplicità e alla povertà delle origini cristiane. In più di un caso, nel restauro e nella ricostruzione di conventi e chiese, prevalsero gli individualismi, in una colpevole dissociazione dell'arte dalle sue antiche finalità religiose.

L'incompetenza di pochi farà sentire a lungo le conseguenze disastrose della guerra. Quod non fecerunt barbari...! Uno scempio inconcepibile, a partire dagli anni '50, fino a noi. Gradinate in pietra, consunte da secoli di vita conventuale, preziosa eredità di un costume alieno da frivolezze e da vacuità; graziose volte a botte o a crociera, austere ed eleganti; porte in legno lavorato; stipiti sormontati da archetti a tutto sesto, con il loro incomparabile fascino poetico, la loro irripetibile tensione spirituale; manufatti antichi, addirittura tele inventariate bruciate (è un preciso ricordo personale di chi scrive), decorazioni in stucco, pregevoli stampe del '700, libri, ecc.: su tutto si abbatte, con gli effetti devastanti di una nuova guerra, il ciclone iconoclasta della stanchezza per il vecchio. Si afferma la mania per il nuovo a tutti i costi, la passione per ciò che è fruibile hic et nunc (il consumismo fa sentire i suoi primi vagiti): il gusto per il freddo marmo, gli spazi squadrati ad angoli retti, gli intonaci lisci, le porte tamburate in mogano o, peggio, in laminato plastico. E le spoliazioni predatorie degli antiquari! Il loro trionfale apogeo è storia degli anni '60, quando, almeno in pieno boom economico, i canoni dell'arte avrebbero dovuto avere un assoluto diritto di precedenza sul principio del "primum vivere, deinde philosophari !

Ma gli scempi architettonici proseguono ancora oggi, nonostante la vigilanza di soprintendenze, di commissioni edilizie e di tutti gli istituti aventi lo scopo di conservare e tutelare il patrimonio artistico, archeologico, storico e bibliografico.

Quando un fatto diventa costume, non è più il singolo, che smarrisce la coscienza storica: è la collettività, che non sa acquisirne una nuova, altrettanto valida.