L'impegno per le vocazioni

 

A parte isolate eccezioni, la nuova famiglia francescana abruzzese si lasciò guidare dallo Spirito Santo, seppure lungo i tormentati tornanti della rifondazione. Fra gli elementi della struttura di base, che ne trasmettesse il peso alla roccia, che è Cristo, e rendesse stabile tutto l'edificio, P. Giustino pose l'impegno per le vocazioni: da una parte, stimolò continuamente nei frati l'autenticità della risposta alla chiamata del Signore, in una tensione generosa alla santità e a volere ciò che Egli vuole; dall'altra, ebbe particolarmente a cuore i seminari, dove avviene la prima maturazione

vocazionale, lungo le linee di sviluppo della personalità umana e cristiana, con attenzione alle esigenze delle diverse età.

I suoi frequenti incontri con gli alunni dei collegi serafici e dei chiericati, miravano ad aiutare i giovani a definire la propria vocazione, giungendo, per mezzo di un atteggiamento critico nei confronti delle prime intuizioni, ad una scelta fondamentale di vita, che fosse opzione per la santità. Nonostante i tempi, diede vita ad un provincialato itinerante, tra un convento e l'altro, tra un seminario e l'altro.

I giovani intuirono l'interesse che mostrava per loro e lo ricambiarono con la propria simpatia ed ammirazione. Tra i ricordi di chi scrive, c'è quello di uno dei primi incontri con P. Giustino, nel lontano 20 maggio 1949, a L'Aquila, in occasione dell'apertura del V centenario della Canonizzazione di 5. Bernardino da Siena.

C'era una folla immensa e frati, convenuti da ogni parte d'Abruzzo e d'Italia. A decine, a centinaia. Visi sereni, gioviali, sorridenti; un fluttuare incessante di chieriche, di cordoni, di piedi scalzi, e, qua e là, qualche tonaca, che profumava di pane e di minestra, di umile laboriosità. Ovunque, un brusio contenuto di folla, stretta intorno alla basilica di 5. Bernardino, emblema di storia e simbolo spirituale di una città, che la retorica del passato ha riconosciuto industre, attiva ed operosa, e che ora è lì, ripiegata su se stessa, in una frenesia di vita spirituale, ad attendere l'arrivo di Personalità e di Prelati. Giungeranno benedicenti, rivestiti di sfarzosi paludamenti principeschi, di un intenso rosso porpora, a rizomi serpeggianti, come chiusi nel loro ieratico isolamento gerarchico.

Ma prima di loro, ecco il ministro Generale dei Frati Minori, P. Pacifico Maria Perantoni, con a fianco il P. Provinciale, P. Giustino D'Orsogna. Austero e burbero il primo, naso aquilino, un passo marziale, rigido sulla persona, scintillanti sguardi autoritari; meno compassato il secondo, morbido nel tratto, una figura paterna, soffusa di misticismo e di soprannaturalità, bello in volto, alto, sereno, dotato di una forte autorità morale. Un'impressione confermata nelle frequenti e significative visite, che rendeva alla vita dei seminari. Il momento clou dell'incontro era la Santa Messa. La celebrava con una partecipazione ed una carica emozionale, che quasi sembrava reinventarla; socializzare la propria attenzione alla sua gestualità solenne, ma non artefatta, ampia, ma non teatrale, effusiva, ma non sdolcinata, era un fatto immediato. Si capiva che la sua preghiera partiva dal cuore e creava un salutare ed affascinante contagio in tutti. All'Omelia, non aveva timore di parlare di santità e di intima unione con Dio, a ragazzi, che si aprivano alla vita. Al loro comportamento, additava l'esempio di Santi la cui vita rifulse per purezza, per obbedienza, per spirito di povertà e per impegno missionario. Durante la giornata, affabile e aperto al dialogo come era, sapeva stabilire con i ragazzi un contatto umano, ispirato ad un azione

pedagogica personalizzata, che favoriva il processo di auto-realizzazione e di costruzione delle capacità e delle competenze individuali. I suoi incontri miravano a promuovere l'adesione ad un codice di riferimento, fatto di valori, di cui il ragazzo ne vedesse l'intrinseca bellezza, per lasciarsene permeare. La vita di collegio è basata sulla condivisione di progetti comuni, attraverso paradigmi ed archetipi facilmente accessibili; ma il ragazzo, che lascia a casa il volto rassicurante della mamma e del papà, non sempre ritrova, in una grossa comunità, adeguate immagini sostitutive. Ne scaturiscono facili stati d'animo, dominati dall'angoscia. Se in essi si dà vita, come era in realtà, ad una dinamica di gruppo, ispirata all'etero-direzione, si finisce col negare al ragazzo la capacità e la responsabilità di percepirsi come soggetto, di sapersi assumere come parametro ipotetico di valutazione e di confronto. La conseguenza logica è la frantumazione e l'atrofizzazione delle proprie esperienze umane e cristiane. A guidare il ragazzo, nelle sue scelte, restava qualche principio interiorizzato nel periodo evolutivo della socializzazione primaria, durante l'infanzia trascorsa in famiglia. I modelli di comportamento accessibili erano ancora i genitori, la mamma soprattutto, che sapeva rendersi presente, con un'assidua corrispondenza epistolare, ricca di valori, efficaci nel contribuire positivamente alla costituzione di un rapporto critico col nuovo ambiente e ad un processo di socializzazione, che non si limitasse all'inserimento-adattamento meccanico. Il distacco precoce dai genitori è un fatto traumatico: nel nuovo ambiente, si resta a lungo sradicati, col rischio di crisi di rigetto. È allora che il ragazzo si pone alla ricerca di un volto materno, che lo aiuti ad attecchire e ad inserirsi vitalmente nel nuovo contesto (rigido e ortodosso), con gradualità, senza dover modificare all'improvviso e radicalmente il proprio comportamento. P. Giustino si presentava in mezzo ai giovani, guidato da una straordinaria carica umana, con un volto incline al sorriso e illuminato da intensa spiritualità. Le sue parole, che rifuggivano da minimalismo e da contenuti mediocri, diventavano subito programma di vita. Il segreto? Quando parlava ai giovani, lo faceva in termini di vita, più che attraverso rigide strutture mentali, evidenziando uno slancio generoso, che lo rivelavano un uomo di Dio. Non si rifugiava nella sua autorità e nella sua leadership, che gli conferiva il suo ruolo; non trasponeva nell'uditorio i suoi desideri e la sua volontà di potenza, né stabiliva rapporti di forza, ma comunicava messaggi di bontà, di impegno, di obbedienza e di rispetto, in una dimensione affettiva, seppure con i toni accesi di una straripante carica interiore. L'impressione che di P. Giustino si ebbe in quegli anni, non subirà modifiche rilevanti nel futuro: era un innamorato pazzo del Vangelo e del francescanesimo, e si sa che l'innamoramento sprigiona una dirompente, lacerante e creativa forza rivoluzionaria, come scrive il sociologo E. Alberoni, all'apparenza cieca e irrazionale, ma portatrice di progetti e feconda di nuove istituzioni. L'innamoramento è tensione interiore, è un andare verso la persona amata, che finisce con l'imprigionarti, col possederti. P. Giustino non possedeva la Verità: ne era posseduto.