La morte dei genitori

 

Sul finire dell'anno 1937, la madre Lucia, da tempo sofferente per una seria alterazione della funzionalità venosa, riconducibile forse alle sue 14 gravidanze, si aggrava e si alletta. I distretti anatomici maggiormente colpiti risultano quelli degli arti inferiori, con disturbi distrofici, che le causano fenomeni di dermatite e di eczemi; nel gennaio successivo il male degenera ulteriormente e dà luogo a complicanze, con diffuse ulcere varicose. La medicina del tempo è impotente, dinanzi ad un quadro clinico, che appare ormai irreversibile e definitivamente compromesso: a 63 anni la sua forte fibra sta per cedere, logorata da una vita di duri travagli e di sacrifici. A rendere più angosciante la situazione, sopraggiunge, durante la fase acuta della malattia, la morte di un'altra figlia, Antonietta, stroncata da bronchite asmatica; lascia i figli in tenera età. Lucia ne resta profondamente addolorata: stremata dalla malattia, non ha più nemmeno la forza di attingere lacrime al suo cuore affranto, per piangere la figlia, prematuramente scomparsa; ma la fede non l'abbandona e, rivolto lo sguardo al Crocifisso, esclama: "Sia fatta la tua volontà". Come sempre. Spossata ma non abbattuta , perfettamente lucida e presaga della fine ormai vicina, pensa a prepararsi all'incontro col Signore che viene e invoca al suo capezzale il figlio sacerdote. P. Giustino non indugia minimamente: col permesso del P. Provinciale, lascia per qualche mese Chieti e corre a casa, per aiutare sua madre a nascere alla vita eterna, nel sonno dei Santi. Nella trepida e lacerante attesa di un evento, che si annunzia sempre più imminente, egli, con amore filiale, polarizza gli ultimi giorni della madre verso la preghiera e l'unione col Cristo sofferente, che, nella prospettiva della Risurrezione, le dischiude il futuro assoluto di una vita, liberata per sempre dalla caducità del tempo e della morte, nel dono dello Spirito di Dio: ogni giorno la Santa Comunione, il Rosario recitato intorno al suo letto e partecipato da parenti ed amici, il fiducioso abbandono nella misericordia del Signore e le devozioni alla Vergine Addolorata e al Poverello d'Assisi, alla cui sequela s'era messa signorina, cingendone "l'umil capestro", nell'ordine francescano secolare. Lucia era allenata alla sofferenza; ma la presenza del figlio sacerdote, che la incoraggia a mettersi nelle mani di Dio, accettando il dolore, come momento di redenzione e di purificazione interiore, le è di grande conforto e di sollievo morale. L'itinerario spirituale della sua vita fu segnato dalla capacità di saper accogliere ed apprezzare le piccole gioie, ma anche dalla volontà ferrea di non arrendersi di fronte al dolore e alle difficoltà; ora, nonostante la sua debolezza psicofisica, non si lascia tentare dal rischio di rinchiudersi nella propria paura, dinanzi alla prospettiva dell'esodo, o di cristallizzarsi nell'angusto orizzonte del presente e della provvisorietà. Ella anela ad aprirsi alla infinità, alla pienezza della vita, che non può coincidere ed esaurirsi nella sua esistenza concreta di dolore e di prostrazione. Il 13 marzo 1938, l'aurora senza tramonto: confortata dal Sacramento dell'Unzione e dal Santo Viatico, Lucia, col sorriso e con i nomi di Gesù e di Maria sulle labbra, spira tra le braccia del figlio sacerdote ed entra nel gaudio del suo Signore. Il 29 aprile 1942, anche il padre Filippo, da tempo sofferente di asma, entra nel mistero di Dio, attraverso l'assimilazione alla morte di Cristo. Quantunque egli avesse vissuto il suo impegno terreno nell'assillo quotidiano dell'azienda agricola e dei figli, pure, la speranza costituì un atteggiamento attivo, nutrito di fede, di preghiera e di coraggio; dotato di fortezza d'animo e di resistenza alla sofferenza e alla lotta, coltivò sempre una viva tensione verso l'Assoluto, percepito come fine ultimo della sua esistenza e inculcato come tale , con I ininterrotta azione pedagogica del buon esempio, nell'animo aperto e disponibile dei suoi figli. P. Giustino, che da ragazzo aveva evidenziato una grande capacità ricettiva, custodi gelosamente e tradusse in prassi quotidiana l'insegnamento dei genitori: la loro preziosa eredità morale e spirituale sopravvisse integra nella sua vita, senza soluzione di continuità tra l'infanzia e l'impegno nella maturità, incline com'era a relativizzare, nella prospettiva della caducità delle cose, tutte le realtà terrene, mettendone in luce la dimensione del penultimo. La sua vita costituì una permanente riflessione critica verso l'equivoca ambivalenza dei trionfi dell'effimero, un esodo continuo verso il buono, il migliore, l'Assoluto.