La prova

 

Il nome Ladislao è una sorpresa per tutti. La madre ne resta amareggiata; avrebbe preferito Fra Antonio, per la sua particolare devozione al Santo di Padova. Comunque, mai un nome così ostrogoto. Con il nome di tanti Santi italiani! Ma i Superiori furono irremovibili. L'ascetica francescana propone non solo rinunzia all'uomo vecchio, ma disponibilità a rivestirsi dell'assolutamente nuovo , in una identità di radicale cambiamento di vita. Ma Fra Ladislao provò tanta gioia ed intima emozione, nell'indossare il saio di S. Francesco, da fare subito proprio quel nome, che, oltretutto, gli evocava miti e leggende medioevali di popoli, che seppero aprirsi con entusiasmo alla primavera del messaggio cristiano. La prova vera, invece, che lo avrebbe costretto a lasciare il convento, non tardò a venire. Sul finir dell'estate, Fra Ladislao comincia ad avvertire i sintomi di un preoccupante quadro clinico: febbre, ingrossamento delle linfoghiandole, specie nelle zone ascellari e ai lati del collo; e poi, mano mano, ingrossamento della milza, arrossamento e turgore congestizio delle tonsille e della mucosa faringea e macchioline cutanee rossastre. E la mononucleosi infettiva, di natura virale. La situazione si rivelò ben presto drammatica ed allarmante. Si rendeva necessario l'isolamento dalla comunità, per evitare il contagio. Il giovane, già fragile per costituzione, appariva sensibilmente debilitato. Oggi, con riposo a letto, disinfezione del retrobocca infiammato e somministrazione di adeguati antibiotici e di vitamine, il decorso della malattia può arrivare ad un massimo di due mesi e la prognosi è sempre benigna. Ma negli anni '20 non era cosi.

Il convento non poteva curarlo; l'idea dell'ospedale era estranea alle possibilità e alla mentalità del tempo; la maggior parte delle malattie, anche gravi, si turavano a casa. Così, con tanta tristezza nel cuore, Fra Ladislao fu costretto a lasciare il convento e a far ritorno a casa, avvolto in una coperta e disteso, tutto febbricitante, sulla bighetta del padre. Fu un momento di sconforto e di trepidazione per tutti. Un sogno sembrava infrangersi per sempre, sotto i colpi impietosi del male. Il pericolo del contagio in famiglia e un'esistenza minata alla radice, nel fiore degli anni! Eppure non ci si perse d'animo: senza badare a spese, si iniziò la cura, che fu lunga e stressante; ma a metà dell'inverno del 1929, Alberto, grazie a Dio, era perfettamente guarito.