Le sue Omelie e la cultura di massa
Ancora oggi la chiesa di S. Antonio riecheggia delle sue tuonanti Omelie e delle sue violente inventive contro i mali del mondo. Parole infuocate contro quanti dimostrano impegno a favore delle piaghe del secolo: divorzio, aborto, omosessualità, droghe, contraccettivi, pornografia, eutanasia, ecc. I toni troppo accesi apparivano inopportuni e fastidiosi anche a confratelli e ad amici. Con accento profetico, preannunziava quasi sempre un futuro bruciante e apocalittico. Aveva qualcosa del profeta Elia, il cui simbolo era il fuoco, perché la sua parola bruciava come fiaccola. Particolarmente devoto di S. Giovanni Battista, ne emulava la denunzia coraggiosa dei mali del proprio tempo. Ma P. Giustino, al di là di forme e modi, dettati dal suo temperamento, ci ha lasciato un insegnamento, che va recuperato, rimuovendo posizioni preconcette e giudizi affrettati.
Quale era il tormento di P. Giustino? Austero e rigido con se stesso, prima che con gli altri, e sinceramente legato, nel vissuto privato, ai voti religiosi, sostenuti da fede ardente, egli avverte che, in un mondo che cambia, la religione sta perdendo il suo carattere carismatico, la sua natura differenziata di lievito. L'uomo secolarizzato apre un varco ad ogni esperienza limite e non sa più riconoscere il limite delle sue esperienze. Egli è naufrago, in balia delle sue certezze tutte terrene. Crocifisso alla logica delle sue scelte sbagliate, fugge da Dio, ritenuto simbolo di una metafisica al suo crepuscolo, e corre, anzi precipita, infelice ed angosciato, nella mostruosa voragine oscura dei sui vuoti interiori, della sua povertà spirituale. La religione gli appare come una strada lastricata di ierofanie e di simboli sacri decaduti, dunque inutilmente percorribile. In questo quadro, non c'è più etica, che discenda da Dio. Tutto è relativo, tutto è soggettivo. L'utile, il piacere e il tornaconto come giustificazione e movente delle azioni umane. Ogni trasgressione di una norma consolidata e preesistente è vissuta come un fatto positivo, progressista e liberante. L'infrazione si afferma come esemplarità e valore. Si fanno propri, acriticamente i canoni di una sorta di ingegneria moderna della felicità, fatta da piccole eternità di godimento. La cultura laicistica e materialistica, che muta per stacchi improvvisi, si afferma come cultura di massa, che non si propone altri obiettivi, se non il consumo e la fruizione del tempo presente, senza alcuna proiezione nel futuro. Grazie alle voci suadenti dei mezzi di comunicazione sociale, la cultura, di massa si afferma come cultura della salvezza terrena, che, nel clima del boom e del miracolo economico, entra in ogni casa, per indurre, attraverso un prodigioso sistema capillare, nuovi bisogni, strutturare gli istinti e canalizzarli verso il consumo.

Il suo raffinato elisir di vita, ottenuto distillando tutte le erbe esotiche dell'edonismo, si innalza come poderoso congegno di sbarramento ad una visione cristiana della vita, che non nega, ma pone i beni materiali in una posizione subalterna, rispetto a quelli spirituali. P. Giustino, nelle sue prediche, non prende posizione contro il progresso scientifico e tecnologico, ma contro un brutale centro di potere, che riesce a dominare col consenso e la compiacenza dei dominati. La sua pastorale mira a mettere in guardia dalle sabbie mobili della cultura di massa, che, con i suoi miti, poco interessa se precari e caduchi, riesce efficacemente a rimuovere la religione dalla sua funzione soteriologica, diventando essa stessa una religione della salvezza tutta terrena. Questa cultura, in poco tempo, è riuscita ad amalgamare una massa, che ormai chiede di essere distratta dalla vita, piuttosto che questa le venga rivelata.
Ottenuto tale consenso incondizionato, dapprima ne svela e mette a nudo i timori di solitudine, di noia e d'insufficienza; poi la spinge a colmarli, seguendo la logica del "cogito, ergo sum" cartesiano, che, all'occorrenza, diventa "compro, consumo, mangio, mi diverto e godo, quindi esisto". La verità è che, proprio dietro a questa sfavillante facciata del benessere materiale, si nasconde la realtà allucinante del vuoto interiore e della noia. P. Giustino incita a non lasciarsi plagiare, a resistere alla seduzione, a non permettere che la religione venga espropriata del suo carattere specifico e singolare di rivelazione del significato più profondo dell'esistenza. Si impegna con passione a non essere compiacente e ottimista, come tanti altri. Piuttosto, porge ascolto all'invito di S. Paolo ad ammonire e ad insistere a tempo e fuori tempo, a riprendere e a minacciare. P. Giustino ci ha lasciato un insegnamento: occorre riappropriarsi integralmente del messaggio evangelico, per annunziarlo coerentemente ad un mondo, sulla cui scena la religione rischia di ridursi a semplice medicina di paure ancestrali, la cui potenza, come osserva il sociologo E. Morin 3 , si leva là dove si dissolve la cultura di massa: alle soglie dell'angoscia e della morte.