L 'evento penultimo, l'ultima lezione di vita

 

"Se la morte è una realtà ultima - scrive G. Marcel - il valore si annienta nello scandalo puro, la realtà viene colpita nel cuore stesso'' 13 . P. Giustino, uomo di fede indefessa, dinanzi alla prospettiva della morte, che negli ultimi mesi della sua vita presagisce ormai imminente ed inevitabile, coglie e vive questa irrepetibile realtà, come un evento penultimo, posto alle soglie dell'aldilà, "ultima luce vespertina, presagio dell'eterna aurora 14 E si prepara al misterioso transito, con un ripiegamento introspettivo e con una più intensa e partecipata apertura, nella preghiera e nella contemplazione, al Dio che viene. In un silenzio profondo, in un isolamento, che non lascia indifferenti i suoi confratelli, lo si vede assorto e immerso in un raccoglimento composto, come assorbito da un pensiero assillante. E estraneo a tutto ciò che lo circonda. Pensieroso, ma non angosciato, metitatabondo, ma non preoccupato. Se si fa sera, se il giorno volge al declino, egli è sereno, nella certezza che Cristo, fedele alla sua promessa, resta accanto a lui. La scomparsa prematura, nel marzo 1985, del nipote Giuseppe, seguita, a distanza di un mese, da quella del fratello Vincenzo, erano stati dei segni premonitori, che gli avevano fatto presentire come prossima la sua dipartita. Alle esequie del fratello, P. Giustino apparve profondamente addolorato; mentre indossava i paramenti sacri, nella sacrestia di S. Antonio, qualcuno, con tono fraterno e affettuoso, gli disse: "Coraggio, Molto Reverendo!". E lui: "Adesso tocca a me" Al Vangelo, parlò col cuore in mano sul significato cristiano della morte, infondendo in tutti coraggio e speranza. Sottolineò, con chiarezza di immagini e di pensiero, che la vita umana è tensione verso l'immortalità, verso un'esistenza personale eterna. L'immortalità è un'esigenza, che scaturisce dal concetto di inviolabilità della persona umana, sulla quale nessuno, neanche la morte, può esercitare alcuna forma di totalitarismo, di dispotico ed arbitrario dominio. La morte, al di là di ogni apparenza, non ha alcun potere schiavizzante, perché Cristo l'ha sconfitta, con la sua Risurrezione. Solo per chi non crede, la morte resta un evento senza futuro, un esito finale, che si riveste di lacerazioni, di abbandono, di silenzio, di oscurità e di disfacimento; il canto sinistro dell'uccello notturno, che annunzia il calar della notte, sull'orizzonte dello spirito; la soglia, che chiude inesorabilmente e in modo improrogabile la storia della persona umana; il colpo di spugna, che la cancella per sempre dalla lavagna della vita. Chi crede, sa che morendo, non andrà in frantumi, per essere riassorbito definitivamente dalla terra, da cui si proviene; ma sussisterà, al di là delle normali limitazioni imposte dalla contingenza implicita nel divenire del sepolcro. Per il cristiano la morte non è finitudine, non è l'impossibilità di ogni possibilità umana, come vorrebbe Heidegger, o una realtà che in nessun modo può essere integrata in un progetto esistenziale, al dire di Sartre; una assurdità, come assurda sarebbe la vita, passione inutile; un insanabile esilio, che ti fa sentire straniero in questo mondo. Una alienazione fondamentale dell'esistenza, che distrugge tutte le illusioni (Camus); una assenza totale della vita 15 . Per il credente la morte è semplicemente un evento penultimo, preambolo di eternità. E parte di un disegno operativo di vita, da cui, una volta entratici, drammaticamente, non si esce più; un momento necessario, un vado, un passaggio obbligato per la metamoforsi di una realtà, che non ha una fine, poiché il suo fine ultimo è Dio, Colui che è. Questa è l'ultima lezione di vita, impartitaci umilmente da P. Giustino. Egli, con spirito francescano, attende sorella morte nell'angolo più sicuro della sua coscienza: nella meditazione e nella preghiera. In quel cantuccio, egli si rende disponibile a sciogliere le vele, nell'ansia comprensibile dell'ultim'ora, passata tutta a riordinare la propria vita, per comparire, in libertà e purezza di spirito, davanti al Giusto Giudice. Dopo 50 anni di Sacerdozio, spesi a servizio della Verità, in un secolo, che per troppi versi sembra cedere alle lusinghe dell'ateismo e del materialismo, egli ci insegna a superare nella fede la tragica radicalità dell'antitesi tra la vita e la morte; ci ripropone la felice intuizione cristiana della paradossale continuità, che corre tra la Crocifissione e la Risurrezione 16 , tra la vicenda umana del Nazareno e la sorpresa del sepolcro vuoto. La mattina del 9 agosto 1985, presumibilmente dopo una notte di sofferenze, sente di non farcela più a celebrare la 'sua' Messa delle 6. Il Giovedì Santo ha ormai ceduto il posto al Venerdì di Passione: egli è chiamato a vivere in prima persona l'avvenimento assolutamente nuovo, capace di trasformare la sua fine in principio. Barcollando su se stesso, verso le 5,30 esce dalla celletta e bussa a quella del P. Guardiano, chiedendo umilmente di essere sostituito nella celebrazione della Messa. Ci si rende conto della gravità del momento. Si chiama subito il medico, le prime cure d'urgenza e poi l'immediato ricovero in ospedale. Vi giunge fisicamente stanco ed affaticato. Il tempo di essere adagiato su una carrozzella del Pronto Soccorso ed ecco l'incontro con Sorella Morte: lo chiama, gli sorride con dolcezza. E lui, con la fiducia di un bambino, si affida alla sua guida, sulla rotta dell'eternità. Reca in mano la lampada della fede, la cui luce fu trovata accesa dalla Stella del mattino. E si confuse con gli astri del Cielo.