Mio Signore, che mattino!
9 agosto 1985. E' l'alba. Il cielo limpido e terso, trapunto ancora di qualche stella ritardataria, preannunzia un'ennesima giornata di canicola e di caldo torrido. Si è nel cuore di una splendida ed interminabile estate, generosa di sole, di luce e di azzurro. Quasi una festa, una sagra; un invito a tuffarsi nel sognante clima delle ferie, a lungo attese e sospirate. Molti passano la notte nel dormiveglia, apprestandosi, già con la fantasia, a portare gli ultimi assalti alle più note località di soggiorno e turismo.

Per altri, la levata è alle prime luci del mattino, in vista di crociere, viaggi all'estero, escursioni in montagna e arrampicate su roccia; la maggioranza prenderà d'assalto la spiaggia, per un bagno al mare, che attenui l'intensa calura. Ovunque sta per riesplodere, come ogni giorno, la frenesia della vita all'aperto, il cui tratto più significativo è l'intensa e caotica mobilità sociale, con massicci spostamenti dall'entroterra ai centri balneari, dal nord al sud, dalle megalopoli, affogate nell'afa, ai monti o al mare. È il grande esodo di Ferragosto, cui ognuno, a modo suo, paga volentieri il proprio tributo. Ma qualcuno, completamente estraneo a tanto fervore di vita, ha trascorso la notte in modo assolutamente diverso. In preghiera, col cuore aperto alla speranza, per un lungo viaggio. L'ultimo. E' P. Giustino D'Orsogna. Col presagio, per niente allucinante, di un pellegrinaggio senza ritorno, nel cuore della notte, si mette a tavolino e, con mano sicura, scrive su un pezzetto di carta, undici per undici, il suo ultimo messaggio, di cui tutti siamo destinatari: "Forse quest'oggi o questa notte morirò; sono contento, perché credo fermamente nell'amore di Dio verso di me e quindi nella sua misericordia infinita, che infinitamente supera la quasi infinità dei miei peccati. Vi aspetto tutti in Paradiso". Poi, separato da un trattino e a caratteri più grandicelli, quasi a sottolineare l'urgenza di un evento improrogabile, "Datemi subito l'Olio Santo".
A notte fonda, qualcuno, con mano felpata, ha bussato alla porta della sua vita. "E il Signore che viene? A che ora entrerà?". E Marco, che rende più trepidante l'attesa: "... la sera tardi, a mezzanotte, al canto del gallo, o la mattina?" (1). Scruta diligentemente i segni premonitori e non ha più dubbi: la Sua venuta è imminente! Egli è pronto. Manca solo l'Olio Santo e il Viatico, per il lungo viaggio. Il Golgota è lì, che si staglia nitido all'orizzonte della sua fede. Ed è contento: il Consolatore, che soccorre e conforta; lo Spirito Santo, che suscita futuro, il Padre dei poveri, il cui amore infinito si riflette nel dinamismo della salvezza, gli fa assaporare la gioia dell'esodo dalle cose effimere, l'ebbrezza di sentirsi lanciato sulla strada dell'eternità. La corruzione? Il drammatico divenire del suo corpo nel sepolcro? E la tenda, che, ormai disabitata e tolta l'armatura, si affloscerà al suolo.
"Mio Signore, che mattino!
Mio Signore, che terribile mattino, quando le stelle incominceranno a cadere". Così recita uno dei tanti 'negro-spirituals'. Alle prime ore di quel luminoso mattino, il M.R.P. Giustino D'Qrsogna, spoglio di sé e rivestito di Cristo, saliva al Cielo, tra le stelle "clarite e preziose e belle". Entrava nella pienezza della vita, povero e umile, come era vissuto, con la gioia dei Santi nel cuore.
Mio Signore, che mattino! Che stupenda aurora, oltre le stelle! Avrà spalancato le porte del Paradiso, allo stupore del suo sguardo, il Poverello d'Assisi, alla cui sequela si era posto nel lontano 28 aprile 1927, quando, appena quindicenne, volle indossare il saio francescano, nel Sacro Ritiro di Orsogna.