Il padre Filippo.

Il padre si chiama Filippo ed è benestante. Ultimo di tre fratelli, eredita dai genitori Luigi e Celeste Salvatore, circa 4 ettari di terreno, una dozzina di mucche da latte, altri beni immobili e, soprattutto, uno spiccato senso di intraprendenza, per attività specifiche e autonome di produzione. Spirito creativo e uomo di sacrificio, aduso al risparmio, in pochi anni, riesce ad allargare la sua proprietà terriera a quasi 13 ettari, coltivati a prato, a viti e a ortaggi. Collateralmente ai suoi fratelli Francesco Paolo e Giuseppe, ma in modo indipendente, dà vita ad una unità economica e ad una azienda zootecnica e vinicola, che produce, ogni anno, circa 100 quintali di buon vino, mosto cotto, frutta per tutto l'anno, ciliegie, pere, mele, susine, fichi, cachi; ma soprattuto, latte, vitelli, animali da cortile, pecore e capre. In mancanza di pascolo libero raccoglie foraggi per l'inverno. Ha sotto di sé garzoni e una diecina di operai, con i quali stabilisce rapporti di sincera familiarità. Con misura e dolcezza, instilla nell'animo dei suoi figli un forte senso della giustizia e del rispetto della persona umana, senza discriminazioni di sorta. Evidentemente, il florido assetto economico della sua famiglia non era una valore prioritario e assoluto, ma svolgeva solo il ruolo di sicurezza sociale e di supporto a tutta una costellazione di valori specifici. La sua numerosa comunità familiare era, innanzitutto, una unità di sangue, di affetti, di virtù sociali e cristiane e di solidarietà umana, prima che di produzione e di consumo. Una famiglia allargata e patriarcale, tenuta insieme dall'autorità morale del pater-familias, più che dall'autoritarismo del padre-padrone.