Ritorno a Lanciano, nell'occhio del ciclone

P. Giustino, conseguita brillantemente la laurea, fa ritorno in Abruzzo e viene assegnato allo studentato teologico di Lanciano, per insegnarvi Dommatica.

Ma gli eventi in Italia precipitano e tutta la vita della nazione subisce uno sconvolgimento generale. Il regime fascista è allo sfascio: ai primi di luglio 1943, gli Alleati sbarcano in Sicilia; il 25 dello stesso mese, il Gran Consiglio del fascismo vota una mozione di sfiducia contro Mussolini, che viene fatto arrestare e condotto prigioniero a Campo Imperatore. L'8 settembre, il governo firma l'armistizio con le truppe alleate e affida al Maresciallo Badoglio le sorti del Paese. I tedeschi reagiscono dovunque, con violenze d'ogni sorta e si preparano, con stile tutto teutonico, a prendere sotto il loro controllo la situazione dell'Italia centro-settentrionale. Liberato Mussolini, in modo rocambolesco, perché ricostituisca un governo fascista, l'Italia si spacca in due. Il Re fugge da Roma e, dopo una breve sosta nel castello di Crecchio, si imbarca ad Ortona, diretto in Grecia. Molte città insorgono contro le violenze delle truppe tedesche, che, con distruzioni, saccheggi e rovine d'ogni genere, cercano di ostacolare o ritardare l'avanzata del nemico. Tra queste, c'è anche Lanciano. I tedeschi si stanno preparando a fermare le divisioni dell'VIII Armata sul Trigno e sul Sangro: vengono fatti saltare i ponti, le ferrovie divelte, molti casolari incendiati. Si rastrellano uomini e mezzi per il fronte; si pensa agli approviggionamenti per l'esercito e, quindi, in tutta la Frentania, compresa la città di Lanciano, vengono messe in atto, dai tedeschi, depredazioni e spoliazioni. Si profila lo spettro della fame, con l'inverno che si avvicina. La città si esaspera; nervosismo e tensione serpeggiano tra la popolazione. La rabbia comincia a ribollire già il 4 ottobre, dopo il saccheggiamento di molti negozi. Il Comando tedesco intuisce la tensione ed impone il coprifuoco. Il i ci sono i primi scontri a fuoco, accompagnati da incendi; le fiamme, a sera, si levano alte, ad arrossare il cielo, foriere di una "sanguigna aurora". 4 Il 6 ottobre esplode violenta l'insurrezione. Un gruppo di giovani, in uno slancio di 'ingenuità eroica', come la chiama il Prof. Nativio 5, pensa di farsi carico dell'esasperazione popolare, e, verso le 9, con scarsità di mezzi e senza organizzazione, si leva in armi contro il nemico; ma il tentativo insurrezionale, che conosce momenti di commovente eroismo, viene prontamente soffocato nel sangue, con un imponente dispiegamento di forze. La città, terrorizzata, cerca scampo dove può. Molti corrono verso la chiesa di S. Antonio: la comunità francescana spalanca a tutti le braccia della solidarietà, offrendo acqua, un po' di pane, protezione e conforto. P. Giustino, in ansia per i suoi e profondamente commosso, invita alla preghiera. A sera, una pioggia battente giunge provvidenziale a smorzare gli incendi. I facili entusiasmi si erano già spenti nel primo pomeriggio, sotto l'incalzare delle artiglierie semoventi e dei carri armati.