Santi ad ogni costo?
P. Giustino è Ministro Provinciale in un momento cruciale per il mondo intero, che vive eventi storici, in campo civile ed ecclesiale. Alla base di tutti, c'è l'esigenza di un profondo rinnovamento e di rinascita.

L'Abruzzo francescano, il 24 novembre 1947, partecipa con gioia, nella Basilica Vaticana, alla Beatificazione del Martire P. Cesidio Giacomantonio da Fossa. Nel 1950, celebra con particolare solennità, il V Centenario della Canonizzazione di S. Bernardino da Siena, elevato agli onori degli altari da Nicolò V, il 24 maggio 1450, a soli 6 anni dalla sua morte, avvenuta a L'Aquila, nel 1444. Nel 1950 ricorre anche l'Anno Santo; il 1° novembre dello stesso anno, Pio XII proclama il Dogma dell'Assunta, che crea nei cuori un intenso fervore di vita spirituale. In campo civile, il 2 giugno 1946, da un referendum istituzionale, nasce la Repubblica. Tutti avvertono l'urgenza di una rinnovata democrazia, codificata nella Costituzione, in vigore dal 1° gennaio 1948. Intanto, con le elezioni politiche del 18 aprile di quello stesso anno, si assiste ad una serrata lotta per il potere, attraverso un dibattito democratico, ma eccezionalmente vivace. Nel clima di violento scontro ideologico, tutti i partiti profondono energie e tensione ideale; anche le forze cattoliche vengono mobilitate e impegnate attivamente. P. Giustino, facendo proprie le parole di Pio XII, ricorda a tutti i frati ''l'imperativo dell'ora": '... essere nella linea del fronte, per incoraggiare, illuminare, spingere" (Discorso di Pio XII ai tranvieri, 22 febbraio 1947). Vince la D.C., col 48,5% dei voti, contro il 35 del Fronte Popolare, che raggruppa Comunisti e Socialisti. Al clima della 'guerra fredda', in campo internazionale, fa riscontro, in Italia, l'esasperazione dei conflitti e delle tensioni sociali. Nel 1950, scoppia la guerra in Corea: il 38° parallelo sembra costituire a lungo il punto focale di una nuova catastrofe, per l'av-vento, sullo scenario della fratellanza umana, della bomba atomica: l'incubo del caos, come realtà ultima della condizione umana! È in questo clima di speranza e di paura, di impegno per la ricostruzione e di nuovi progetti di distruzione, di fervore di vita nuova e di pericolosi riflussi, che P. Giustino, all'approssimarsi della scadenza del suo mandato, concepisce la sua ultima lettera circolare alla Famiglia francescana d'Abruzzo: 'Santi a tutti i costi'. Ancora oggi, possiamo considerarla il suo testamento spirituale. 1 Egli prende l'abbrivio da una amara constatazione: ad un mondo che freme, soffre e si tormenta, sembra non sia stato sufficiente l'olocausto della seconda guerra mondiale. L'umanità, afflitta da ignoranza religiosa e da una immoralità dilagante, pare avviarsi pericolosamente verso la china della sua distruzione totale. Dinanzi ad una prospettiva, per niente ipotetica, e seguendo la falsariga di classici schemi biblici, invita i suoi frati alla testimonianza della loro santità, come dimensione specifica ed emergente della propria vita. Si avverte l'eco dei forti e vibranti richiami alla santità, presenti nell'esortazione apostolica 'Menti nostrae', indirizzata da Pio XII ai Sacerdoti, per l'Anno Santo. Ma sono chiari i riferimenti anche alla lettera enciclica del Ministro Generale dell'Ordine, P. Pacifico M. Perantoni, per il V Centenario della Canonizzazione di 5. Bernardino da Siena. P. Giustino, con un piccolo tributo allo stile e alla retorica del tempo, ma in sincerità di cuore, impernia la sua lettera su uno slogan tutto personale: 'Santi a tutti i costi'. "La santità è il problema sempre di scottante realtà. Ce lo siamo posti all'alba della nostra vita religiosa, ne abbiamo sentito il tormento certamente nei primi anni" (n. 1). Subito dopo un passo fortemente autobiografico: "Ricordiamo? Che fervore, che entusiasmo nel giorno della vestizione, della professione, dell'Ordinazione! Oh! allora quante ambizioni indicibili; nulla ci sembrava difficile, nulla avremmo trascurato, tutto avremmo superato, pronti ad andare in capo al mondo. Ci si misurava con la generosità dei Santi: sognammo forse anche il martirio, tutto avremmo dato, il sangue, la vita per l'ideale" (n. 2). Occorre evitare il rischio di ridursi ad essere dei semplici mestieranti del sacro, attingendo lo spirito di santità direttamente alle sue sorgenti naturali: il Vangelo, la Regola francescana, l'imitazione di Cristo e il Magistero ecclesiastico. Citando, con dovizia, brani della Bibbia, egli dimostra che il richiamo alla santità è un invito, che Dio rivolge a tutti gli uomini. Per un religioso, diventa un "formale obbligo grave"; "il cessare di tendervi deliberatamente, significherebbe, in pratica, non trovarsi più nella vocazione, anche se si porta ancora l'abito" (n. 4). Il cammino verso la santità diventa, così, fedeltà alla propria vocazione. Per il religioso essa costituisce l'unico ideale, per il quale si può credere, vivere e lottare; l'unica possibilità, perché la vita, vissuta con la freschezza dell'entusiasmo, diventi "bella, divinamente bella, fonte di ineffabile gioia" (n. 5). La santità è una questione di cuore, è amore, è tensione, che scuote, agita, trascina, spinge, finché non si conquista l'oggetto amato. Amore forte, generoso. L'amore bruciante di Francesco (n. 5). I toni accesi della lettera denotano tumultuosità di sentimenti e veemenza caratteriale. Ma la vita di P. Giustino rappresentò una straordinaria e drammatica esperienza religiosa e umana, che solo una spiritualità così vigorosa poteva validamente sottendere fino all'ultimo. Santi ad ogni costo, significa per lui un cammino verso la sorgente della vita, che è Dio, a cui immagine e somiglianza siamo stati creati; una appassionata ricerca della propria identità, il cui progetto è depositato in Dio. La nostra vera identità è l'amore. Santi ad ogni costo è l'impegno a diventare quello che siamo: diventare amore, perché siamo amore. Un amore aperto, dinamico, creativo, capace di cambiare il mondo e di salvarlo. "La nostra spiritualità è quest'amore. Viviamolo e saremo felici, baceremo la tonaca che indossiamo, le mura della cella che abitiamo" (n. 5). La lettera si chiude con parole affettuose, che si traducono in un gesto tutto pacelliano: "Con abbraccio fraterno, su tutti voi... elevo alta la mano per benedirvi" (n. 6). Una gestualità, che rendeva plasticamente la sua ricchezza interiore, da comunicare ad altri. Nella sua vita tutto era in funzione missionaria. Anche il segno della Croce.