Sfollato, inseguito dal fronte
Lanciano, chiusa nel dolore, ma non piegata nell'orgoglio, è presidiata dalla Panzer Divisione, con rigore e attenta vigilanza, fino agli ultimi giorni di novembre. In questo frattempo, le divisioni dell'VIII Armata si preparano allo scontro frontale, sulla linea del fiume Sangro: a partire dalla seconda metà di novembre, intensificano le loro azioni di disturbo, per saggiare il polso al nemico. La vita nel convento di S. Antonio, come in tutta la città, va avanti a singhiozzi, sotto l'incubo delle cannonate e dei bombardamenti. Si prega, in un clima di ansia e di trepidazione. Il 22 dello stesso mese, piovono dall'alto le bombe alleate, che colpiscono anche il convento di S. Antonio: P. Giustino, con i suoi confratelli, si ritrova fra le macerie. La situazione si va facendo ogni giorno sempre più critica. Tutti avvertono nell'aria l'imminenza dell'attacco alleato. Il Comando tedesco impone lo sfollamento obbligatorio e la città viene fatta evacuare. Anche per i religiosi del convento di S. Antonio giunge l'ora dell'esodo. Gli studenti teologi, insieme a P. Paolo Goderecci e P. Bonaventura Lattanzio, attraverso un periglioso ed epico viaggio, raggiungono a piedi il lontano convento di Campii. Si portano dietro, come l'antico Israele, effetti d'uso e quel poco di viveri, che riescono a caricare su un carretto malfermo e traballante, tirato da 'Catarina', la muletta del convento; la guida il cuoco, Fra Graziano D'Aurelio, incoraggiandola coi suo innato ottimismo, tradotto in espressioni popolari e folcloristiche, sotto l'inperversare delle granate: "Forza Catarì, dajie, pe la matosca! P. Giustino, insieme ad alcuni religiosi, indugia ancora qualche giorno. Ma quando, all'alba del 27 novembre, il Generale Montgomery sferra il suo violento e decisivo attacco contro i tedeschi, la situazione si fa drammatica ed insostenibile: questi rispondono in maniera altrettanto decisa ed efficace. E' la battaglia del Sangro, una delle più cruente, con i suoi 1500 morti e i 5000 feriti tra gli alleati, e quasi altrettanti fra i tedeschi. Il 29 novembre, P. Giustino, P. Damiano Silveri e 11 Suore, scampate miracolosamente ai bombardamenti, lasciano Lanciano e raggiungono, a piedi, il convento di Orsogna. P. Lorenzo Di Virgilio, come racconta nel suo 'Diario di Guerra' manoscritto, li vede arrivare "tutti trafelati per la stanchezza e la paura". Nel Sacro Ritiro di Orsogna non c'è più la pace e il raccoglimento tradizionale: alla salmodia e ai profumo degli incensi si erano sostituiti i nitriti dei cavalli in guerra e il fetore graveolente di sostanze organiche in disfacimento. Anche qui i religiosi erano stati costretti a sfollare e a riparare altrove: chi a casa, i novizi a Paganica e tutti gli altri nella vicina contrada di Moggio, poco oltre il Feuduccio. In una casa privata, nelle vicinanze di una chiesetta rurale, cercavano di resistere al furore della guerra, nella preghiera e nell'abbandono alla Divina Provvidenza. Il Messia, tornando a nascere su una terra disseminata di morte e di distruzioni, non avrebbe trovato neanche il conforto di una stalla, ma solo trincee e campi di battaglia, città distrutte e "i suoi sacerdoti gementi" 6 . Unico custode del convento di Orsogna era rimasto P. Lorenzo, che il 7 dicembre, per aver dato del 'ladro' ad un soldato tedesco, venne messo al muro, per essere fucilato. Era presente anche P. Giustino, al quale riuscì impossibile far valere la ragione contro la prepotenza; si affidò, allora, alla preghiera, insieme ad alcune pie donne in lacrime, che, ginocchioni, implorarono la Madonna degli Angeli, perché avesse arrestato il corso di un evento, che ormai appariva ineluttabile. Il mitra era già puntato; P. Lorenzo sentiva ormai nelle sue carni la raffica di piombo. Era a meno di un passo dalla morte, quando ebbe una luce interiore: chiese in estremis di poter parlare col Comandante, trincerato in una grotta, mimetizzata tra il verde del bosco. La richiesta venne accolta. Sempre sotto la minaccia del mitra, raggiunse l'anfratto, dove cercò di spiegare ad un Tenente, in un tedesco arrangiato, il motivo del suo sequestro: egli aveva inteso dare del 'ladro' non a tutto l'esercito tedesco, gente rispettabilissima, tanto per dire, ma solo a quel soldato, sorpreso a rubare fumo alle candele. Tanto bastò, perché l'onore del popolo tedesco fosse salvo e, con esso, la vita di P. Lorenzo. Il giorno seguente, festa dell'Immacolata Concezione, egli, con animo grato, poteva proclamare solennemente, all'omelia, di essere stato graziato dalla Regina degli Angeli. Quel giorno, per P. Lorenzo e P. Giustino, lodare il Signore e la Sua Madre, significò narrarne le gesta salvifiche. Ma le vessazioni e le umiliazioni subite dai due religiosi, non finirono qui: come racconta P. Lorenzo nel suo 'Diario di guerra', P. Giustino, per le intere giornate del 2 e 3 dicembre, soprattutto nelle ore notturne, era stato costretto a trasportare, a spalla, pesanti balle di fieno, per foraggiare i cavalli, tenuti nascosti in mezzo ad un fitto bosco; fu ripetutamente sottoposto ad umilianti perquisiziomi, sulla sua persona, ed angariato in vari modi. Intanto, anche ad Qrsogna la situazione va precipitando sempre più. L'VIII Armata, attestata sulla linea Casoli-Castelfrentano-Lanciano-S. Vito, incalza senza tregua e con crescente successo; l'esercito tedesco ripara sulla linea Guardiagrele-fiume Moro. Al rigido inverno, si va drammaticamente sovrapponendo l'infuocato inferno del fronte. Il convento di Orsogna ne diventa un punto strategico. Dopo la battaglia del Sangro, i guastatori tedeschi, rimasti a copertura della- ritirata, non erano riusciti a far brillare in tempo tutte le mine sotto i ponti e a far saltare impianti e munizioni, per ritardare l'avanzata degli Alleati. Così, alla Vigilia del Santo Natale, è di nuovo esodo per P. Giustino e per altri religiosi, che nel frattempo, stanati da Moggio, erano riparati, per qualche giorno, tra le mura amiche del convento. Il 24 dicembre, un ordine del Comando tedesco intima ai religiosi l'immediato sfollamento. Si temporeggia ancora una notte; ma alle 10 del giorno di Natale, appena dopo la Santa Messa 'In nativitate Domini', si riprende frettolosamente la via dell'esodo, con direzione Chieti, dichiarata 'Città aperta', grazie all'impegno dell'Arcivescovo Mons. G. Venturi. Il viaggio si rivela subito, per il piccolo drappello, 7 in tutto, carico di rischi e di insidie. Non vorrebbero allontanarsi troppo dal convento, cui li lega affetto e struggente nostalgia. Appena oltrepassato l'abitato di Filetto, si rintanano in una grotta isolata, sperando che il furore della guerra passi presto. Un'illusione, che accarezzano per oltre un mese, fra privazioni, sacrifici, freddo e fame nera; poi, le facili speranze cedono il posto alla dura realtà.