VIAGGIO ATTRAVERSO LA SUA SPIRITUALITA'.

Sotto otto pontefici, in un' unica scuola di vita

P. Giustino appariva agli occhi del Popolo di Dio come dotato di doni e di carismi particolari, vissuti incessantemente nell'orizzonte della gratuità. Dalla sua persona si irraggiava una forza spirituale, alimentata da una sorgente inesauribile, che affascinava i fedeli, i quali, ininterrottamente per 17 anni, mantennero sempre viva la domanda del sacro al loro parroco. Sul piano pastorale e spirituale, egli rappresenta il compendio e la sintesi delle varie tematiche, che hanno vivacizzato la vita interna della Chiesa, almeno negli ultimi cinquant'anni. P. Giustino era una stazione ricevente, costantemente sintonizzata sulle onde dell'amore e della fedeltà al Vicario di Cristo, alle cui direttive faceva da cassa di risonanza, per i suoi parrocchiani. Alla sua nascita era ancora vivo S. Pio X. Durante la sua infanzia, la madre Lucia gli raccontava aneddoti ed episodi di bontà, di semplicità, di schietta religiosità e di predilezione, che Papa Sarto aveva per i bambini; da giovane, ne farà proprio il programma, "instaurare omnia in Christo", ravvisando nella difesa della dottrina cattolica uno dei compiti principali del suo Sacerdozio 1 . Quando muore Benedetto XV, nel 1922, egli ha solo 10 anni e già intravede le prime intuizioni della sua chiamata alla vita religiosa. E un periodo in cui, all'indomani del primo conflitto mondiale e della "inutile strage", la Chiesa e il mondo intero sono pervasi da un forte anelito di affratellamento fra i popoli e da un desiderio concreto di rinascita sociale e spirituale: un motivo, che sarà ricorrente nella vita e nell'esperienza missionaria di P. Giustino. Al magistero di Pio XI deve la sua solida formazione all'ideale di vita sacerdotale e di santità: l'enciclica "Ad catholici sacerdotii'', che traccia le linee e la spiritualità per un sacerdozio adatto al nostro tempo, vede la luce nel 1935, giusto l'anno della sua Ordinazione. Si avverte ovunque l'esigenza di una più chiara e limpida testimonianza cristiana; a tale scopo, nello spirito del motto di Papa Ratti "Pax Christi in regno Christi ", vengono indetti e celebrati gli anni giubilari per il 1925, il 1929 e il 1933. Si introduce la festa di Cristo Re, tanto cara alla teologia francescana; vengono canonizzati e proposti all'imitazione dei cristiani eccelse figure di Santi, tra i quali si possono ricordare alcuni, come Teresa del Bambin Gesù, Bernardetta Soubirous, Don Bosco, Corrado di Parzham, e, per restare più vicini a noi, il francescano Beato Lorenzo di Villamagna (Chieti), profondo teologo e famoso predicatore, il cui corpo incorrotto si venera nella chiesa S. Maria delle Grazie, in Ortona.

La maturità di P. Giustino discende, come detto, dalla scuola di vita austera e severa di Papa Pacelli, dal cui magistero, idealizzato come il più alto modello di comportamento religioso del nostro tempo, trarrà forti suggestioni e limpida ispirazione per il suo lungo e fecondo apostolato.

Alla sua morte, comunque, sa adattarsi, dopo un primo momento di attesa, allo stile pastorale di Papa Roncalli, che alla gioviale dolcezza e affabilità, univa comprensione paterna per il peccatore e profondo intuito missionario.

Accoglie con gioia Papa Luciani, che regna appena il tempo di un sorriso; e quando dalla loggia centrale della basilica vaticana si affaccia per la prima volta un Papa venuto da lontano, Karol Woityla,

 

che saluta il mondo intero col 'Sia lodato Gesù Cristo', un fremito di intima soddisfazione e di intensa commozione pervade l'animo di P. Giustino. Egli è abituato ad incontrare gente e ad entrare nelle case private con quel saluto sulla bocca; ad ogni omelia premette, con immancabile ritualità: "Rispondete tutti al saluto cristiano: sia lodato Gesù Cristo! .

Fedele alla tradizione francescana e all'esempio luminoso di S. Bernardino da Siena, e contro una moda, che, sotto le spinte del laicismo e del materialismo ateo, segna il crollo di ierofanie e di simboli sacri, P. Giustino fa del nome di Gesù Cristo il vessillo della sua fede, la pietra angolare della sua predicazione e della sua esperienza missionaria. Sa inserirsi vitalmente nel clima di vivacità culturale, che caratterizza gli anni del Concilio e del dopo-concilio, ma sempre nella più pura ortodossia, nella fedeltà al Magistero ecclesiastico e nell'amore filiale al Cristo; mai per gusto o prurito di novità! Talvolta il suo ministero costituisce una risposta polemica, sottilmente sofferta e dolorosa, alle mode stravaganti, che attraversano Chiesa e società. Egli non sa essere arrendevole e compiacente dinanzi all'errore; per ogni problema, torna sempre alle radici della sua fede: il Vangelo. Si impegna, con prudenza e gradualità, a tradurre in realtà i progetti salvifici del Vaticano 11, per un assetto giusto e pacifico del mondo, nel quale siano riaffermati i diritti e i doveri della persona umana, sottoscritti dal sangue di Cristo e di tutti i martiri della storia. Teme il vuoto spirituale; non accantona un vecchio valore, se non ne trova uno sostitutivo altrettanto valido. Come il rocciatore, che non lascia un appiglio, prima di averne scorto un altro, ugualmente affidabile. Ha la grazia di essere nel mondo, ma si guarda dal parlare secondo il mondo. Il suo esperanto è la Teologia; non ha dimestichezza con i moderni sociologismi; il suo genere letterario è il racconto delle gesta salvifiche del Cristo. La sua eroina è una Madre, martire anche Lei, mentre il suo modello, per andare al Redentore, veste un ruvido saio ed ha gli occhi, che riflettono le meraviglie del creato. Il suo futuro non rischia mai di chiudersi, di arrestarsi entro gli angusti confini del tempo. Cammina verso una meta, costantemente illuminata da un'aurora senza fine; avanza risoluto, a piedi scalzi, sulle sabbie infuocate di un mondo riarso dal fuoco delle lotte fratricide, degli odi e della contestazione. Soffre, se qualcuno si attarda sulle dune dell'umano egoismo o ad adorare fallaci vitelli d'oro.   Di sé sentiva umilmente; ma del sacerdozio aveva una concezione altissima, com'è nella più genuina tradizione francescana.

 Ma di tale dignità, non faceva un pretesto, per chiudersi in un aristocratico isolamento, per circondarsi di privilegi, per aureolarsi di inaccostabile spirito di casta. Si impegnava ad essere santo ad ogni costo, della santità di chi è unito ogni giorno a Cristo e lo stringe, con amore e trepidazione, fra le mani. Gli riecheggiava continuamente nell'animo l'incoraggiamento del Serafico Padre S. Francesco: "Badate alla vostra dignità, frati sacerdoti e siate santi, perché Egli (Cristo) è santo. E come il Signore Iddio onorò voi sopra tutti gli uomini, per questo mistero, così voi più di ogni altro uomo amate, riverite, onorate Lui"  .